Fra qualche giorno, George e Marta, una coppia di miei studenti, tornerà al nostro percorso di lezioni di italiano dopo una pausa di due settimane che i due hanno passato in Giappone. George e Marta hanno iniziato relativamente da poco a studiare italiano, partivano da zero, e studiano con grande motivazione, divertimento e approccio pratico. Insomma, quello che anche a me piace di più. Hanno già fatto una pausa piuttosto lunga in estate anche se, in quell’occasione, hanno potuto praticare un po’ di italiano perché sono passati dal Piemonte dopo una vacanza sulla costa francese. Ma il Giappone? Decisamente lontano linguisticamente e geograficamente.
Non voglio preoccuparmi più del necessario, è fisiologico che le persone facciano una pausa durante il loro percorso di studio dell’italiano. Per fortuna, ognuno ha la propria vita e chi studia italiano con me lo fa per piacere e non per obiettivi professionali, quindi non è mai un problema se durante la pausa si dimentica qualcosa o l’italiano si arrugginisce come una bicicletta lasciata fuori per qualche mese.
Tuttavia spesso sono proprio le persone che studiano a preoccuparsi, magari sentono la pressione di dovere parlare in italiano dopo settimane passate a sentire una lingua totalmente diversa (come il giapponese), pensano di dovere dimostrare qualcosa all’insegnante o a sé stessi. Ecco, conoscendo George e Marta, non penso che sia il loro caso.
Inoltre, anche loro conoscono me abbastanza bene da sapere che non sono un insegnante che usa i sensi di colpa come strumento educativo. In ogni caso però applicherò qualche piccola tattica per farli sentire bene. Per esempio, sarà abbastanza naturale parlare del loro viaggio in Giappone, ma se gli chiedessi semplicemente di raccontare cosa hanno fatto e visto probabilmente si sentirebbero confusi, dovrebbero cercare nella loro mente parole che forse non conoscono o non ricordano, si sentirebbero frustrati e, nella migliore delle ipotesi, mi racconterebbero il loro viaggio, ma in inglese.
E quindi? Qual è la soluzione? Beh, come sempre, non ne esiste una valida sempre, ma quella che applicherò è la seguente: ho preparato delle frasi che descrivono situazioni che George e Marta potrebbero avere vissuto in Giappone, alcune verosimili e realistiche, altre assurde e divertenti, e gli chiederò di confermare se quelle cose sono successe davvero. Loro potranno applicare la lingua nel modo che conoscono, senza preoccuparsi delle parole che non ricordano (o che non hanno mai sentito) e potranno condividere con me con sincerità la loro esperienza di viaggio. Insomma, le pause sono una cosa normale.

Vero, in un mondo ideale sarebbe meglio non interrompere mai il percorso, ma non mi piace questa pressione, la gente ha altri interessi nella vita oltre l’italiano e io stesso a volte ho una vita fuori dal lavoro! L’importante è sapere gestire il ritorno, in modo da riattivare la parte italiana del cervello senza usare sensi di colpa, frustrazione e imbarazzo.
Di questi sentimenti personalmente non sento mai il bisogno.
Anche tu hai fatto una pausa dal tuo italiano? Raccontami com’è andata! Sono curioso di sapere come hai vissuto il ritorno.
Se stai pensando di riprendere l’italiano dopo una lunga pausa, scrivimi! Spesso è più facile di quanto si pensi.
